Bonsai

Que otros se jacten de las paginas que han escrito; a mi me enorgullecen las que he leido
El lector - Jorge Luis Borges
“Che altri si vantino delle pagine che hanno scritto; io sono orgoglioso di quelle che ho letto”

domenica 1 giugno 2008

Scorci di Laudiade

Brevi spunti di storia del lodigiano (in latino Laudias che, con enfasi più epica, diventa Laudiade) con particolare attenzione al mio paese natale, San Fiorano.


Ancora una volta il poema del Gabiano “Laudiade” mi ha permesso di risalire ad un momento, tanto “poetico” quanto interessante, un vero e proprio scoop sulla storia del mio paese natio, San Fiorano. Nel libro I, dalla riga 694 alla 704, si apprende come nel XVI secolo i sanfioranesi fossero conosciuti, anche oltre i confini del lodigiano, per un importante mestiere, incredibile a dirsi, che molti di loro svolgevano: il mestiere dell’apicoltore! Secondo il Gabiano era infatti famoso, prelibato e richiestissimo il miele prodotto a quei tempi in tre paesi del lodigiano ovvero Meleti (esplicita l’assonanza) Mairago e per l’appunto San Fiorano. Quest'ultimo, aveva qualcosa in più rispetto agli altri due (o perlomeno questo è ciò che mi piace leggere tra le righe). Forse per i campi pieni di fiori particolarmente adatti ad una florida apicoltura, le api di San Fiorano erano ancor più famose delle altre per il consistente contributo alla produzione della rinomata “bionda cera” sanfioranese utilizzata per la produzione delle candele in tutto il circondario. Tralascio, per non tediare, la versione latina originale della Laudiade e passo direttamente alle due traduzioni, la prima ‘libera’, la seconda letterale. Ecco cosa scrive il Gabiano:

“Dell’api vostre le flaventi cere
Il rugiadoso mel ditelo voi,
o Meleti, Mairago e San Fiorano:
Crema lo sa, lo sanno le vicine
Cittadi e quei che nei brumali giorni
Confetti e chicche preparando vanno
Si dolce miel non vanta Imetto ed Ibla
Qual ti danno l’api nostre che del salcio
Suggono i fiori. Qui del miele il regno.”


La libera traduzione mette insieme i tre paesi come produttori di miele e cera e non rende invece giustizia a San Fiorano come unico produttore di quest’ultima. Cosa che invece si percepisce “più chiaramente” nella traduzione letterale che segue, dove nella terza riga il riferimento esplicito è ai “tuoi sciami” (quelli di San Fiorano) e non ai “vostri sciami” (quelli eventualmente dei tre paesi), anche se mi rendo conto che questa può apparire una forzatura dettata dalla ricerca di qualcosa di esclusivo e da un po’ di sano campanilismo (da storico dilettante me lo posso permettere!):

“Racconta tu, o Meleti dal dolce nome del miele,
racconta tu, o verdeggiante Mairago, racconta o San Fiorano
delle bionde cere e del rugiadoso miele dei tuoi sciami.
Lo sa Crema, non lo ignorano le città vicine
Lo sanno tutti coloro che, nei giorni d’inverno lavorano i dolci da dessert.
Un miele di questo genere non produrrà l’Imetto o l’Ibla di Teseo,
quale quello che qui l’ape laboriosa produce saziandosi del fiore del saliceto
Potrai dire che qui c’è il regno odoroso del miele:
difatti la melissa, la cassia, la cerinta, il sermolino
e l’erba profumatissima del Timbra non mancano tra i nostri
fiori, che spandono odore nei giardini tinti di croco.”

La fama come si vede valica i confini dell’Adda ed arriva fino a Crema ed alle città vicine. Ma soprattutto in quei luoghi arriva il miele di San Fiorano, utilizzato dalle pasticcerie cremasche per fabbricare gli squisiti dolci di cui Crema appunto va fiera. Ci vorrebbe in realtà il soccorso di un’analisi più scientifica che aiutasse nell’interpretazione, ma per il momento quello che c'è mi sembra sufficiente e certamente di per se intrigante. Com’è sufficiente ed intrigante, per il momento, quanto Giovanni Agnelli (non l'avvocato ma lo storico lodigiano!) ci racconta nel suo “Dizionario storico geografico del lodigiano”, in un volo indietro nel tempo di oltre un millennio, a proposito di un’altra delle occupazioni vitali dei sanfioranesi, diffusa nel borgo qualche secolo prima che diventassero apicoltori. Siamo intorno all’anno mille ed a leggere l’Agnelli, scopriamo una San Fiorano rivierasca, magari non una fiorita San Remo, ma di sicuro un villaggio di pescatori, abili barcaioli, che alimentavano i poveri deschi delle loro case con il buon pesce pescato nel Lago Barilli (o dei Barilli, od Oriolo o Lambrello) di cui San Fiorano era appunto insieme a Fombio, Guardamiglio , Santo Stefano e forse Somaglia uno dei quattro o cinque paesi costieri (non è chiarissimo infatti se da Somaglia in realtà si dipartiva semplicemente un ramo del Lambro che poi andava a formare il lago oppure se era il lago stesso a lambire questo paese). Leggendo gli scarsi frammenti disponibili su questo pezzo di storia del territorio di San Fiorano si ha per la verità la strana sensazione che, semmai fosse per noi possibile, in una sorta di viaggio temporale, ritrovarci a solcare lentamente le acque del lago Barilli a bordo di una grande barca sanfioranina, ci troveremmo più probabilmente immersi tra le dense brume e le umide nebbie di una vasta e tetra palude medievale, magari non del tutto salubre, e non sulle azzurre acque di un ridente laghetto. Che invece il Barilli fosse ricco di pesce sembra proprio fuori discussione. Riporto integralmente un brano tratto sempre dal “Dizionario” dell’Agnelli che ci spiega qualche fatterello legato a questo lago, che tale rimase per più di tre secoli, prima di prosciugarsi (o di essere prosciugato).
“Fra i beni che il conte Ilderado da Comazzo donò al Monastero di San Vito da lui fondato verso il mille, si fa cenno eziandio di un luogo detto Sorlago vicino a San Fiorano, col lago e col ruscello che scorre nel fiume Lambro . L’anno 1226 venne decisa una lite a favore della Mensa Vescovile di Lodi da Ajolfo priore del convento di San Marco di Lodivecchio, quale delegato del Pontefice Onorio III, contro Enrico Conte di Montecucco che si era da tempo impossessato di questo lago: era già stato, sino dal 1224, pronunciato una sentenza in proposito a favore del Vescovo di Lodi; ma il Conte, lungi dall’abbandonare l’usurpata proprietà, ripetea nuovamente il possesso di questo lago, dell’alveo e di nove piedi attorno alla ripa incominciando da Fellegario di Monte Oldrato, o Somaglia, ove il lago aveva principio, infino ad un luogo vicino a San Stefano, ove terminava, appellato Gualdafreddo de Cucullo. Portata la decisione avanti alla corte di Roma: quel Pontefice delegò il priore Ajolfo al giudizio, il quale, recatosi sulla riva dello stesso lago, né comparendo lo stesso Enrico, lo condannò in contumacia, dandone al Vescovo il formale possesso col leggere la sentenza sulla riva stessa del Lambro. Verso il 1300 il Vescovo Egidio dell’Acqua affittò le ragioni di pescare nel lago per il censo di 40 soldi annui e 10 libbre grosse di pesce.”
Come un lago, verosimilmente vasto fra settanta e ottanta chilometri quadrati, scomparve e come sia scomparso (sembrerebbe che ciò sia avvenuto tra il 1311 ed il 1351) è tutta un’altra storia da raccontare. In effetti in quegli anni attraverso un'opera assidua di prosciugamento si ridusse notevolmente la terra coperta da acque lasciando a secco una boscaglia di circa 5000 pertiche, parte a bosco e parte a palude. L'Agnelli ci ricorda che il vecovo di Lodi Fra Luca Castelli l'anno 1351 donò questa boscaglia ai poveri di Codogno, onde vi si recassero a pascolare ed a far legna. L'opera di bonifica prosegui per più di un secolo. Sempre l'Agnelli conferma che nel 1492, proprio nell'anno in cui Colombo scopriva l'America, i sanfioranesi e gli altri abitanti della zona completarono la costruzione di un cavo scolatore detto Guardalobbia allo scopo di concludere definitivamente il prosciugamento e la bonifica della zona paludosa rimasto nell'area dell'ex lago. Ho provato, con l’ausilio di un po’ di tecnologia, a tracciare quello che verosimilmente poteva essere il profilo costiero del Lago Barilli (in realtà ho utilizzato semplicemente le mappe della superficie terrestre rilevate dal satellite e caricate nel programma web Google Earth). Qui sotto un primo risultato del quale non sono ancora però del tutto soddisfatto. Da alcune osservazioni preliminari posso desumere che il Lago non fosse più profondo di 8 o 10 metri. Presumo infatti che la riva potesse trovarsi fra i 48 ed i 50 metri sopra il livello del mare mentre il punto più basso dovesse trovarsi in prossimità delle Regone (le cascine) nella bassa sanfioranese, tra i 39 ed i 41 metri sul livello del mare. Questo al netto di possibili sommovimenti di terra avvenuti negli ultimi sette secoli dopo il prosciugamento e la messa a coltura dell’area allora sommersa dalle acque. Poco più di una palude, sono propensi a dire gli storici! A me piace pensarlo come un ridente laghetto solcato dalle grandi barche dei sanfioranesi che al largo gettavano le reti sotto un magnifico caldo sole di mezza estate ed in attesa di essere ripagati con una abbondante pesca, frutto della loro fatica, ammiravano in lontananza, oltre il grande fiume, le prime propaggini dell’Appennino stagliarsi contro il limpido cielo azzurro di tanto, tanto tempo fa.
Dis.2008 Ricostruzione in Google Earth del Lago Barilli