Bonsai

Que otros se jacten de las paginas que han escrito; a mi me enorgullecen las que he leido
El lector - Jorge Luis Borges
“Che altri si vantino delle pagine che hanno scritto; io sono orgoglioso di quelle che ho letto”

venerdì 11 luglio 2008

BONSAI

“Et nunc omne tibi stratum silet aequor, et omnes
àdspice, ventosi cecidèrunt mùrmuris aurae.
Hinc adeo media est nobis via; namque sepulcrum
incipit apparère Bianoris.”

Ecloga IX, Virgilio

“Ed ecco ora – ascolta - la pianura tutta distesa tace,
e ogni alito del vento sussurrante – guarda – è caduto.
Da questo punto il nostro cammino è a metà.
Comincia infatti a vedersi il sepolcro di Biànore”

giovedì 10 luglio 2008

Consigli per gli acquisti

L'incompiuta
Non è il titolo di un libro ma è, salvo un caso che racconto poi, la fine che questo mese hanno fatto le mie letture. Non so dire se per il contenuto non invitante dei libri stessi o per una scarsa propensione all'affondo che mi ha inopinatamente assalito tutto ad un tratto in poche settimane, stà di fatto che in giugno ho cominciato a leggere ben 6 libri finendone uno solo. Temo che gli altri cinque torneranno, col segnalibro ancora innestato a triste memoria dei posteri nello scaffale della mia libreria dedicato alle letture “incompiute”.
Torneranno cioè in una sorta di limbo e saranno presto dimenticati, salvo per il fatto, non so se consolatorio, di trovarsi tutti quanti insieme, l'uno vicino all'altro. Ogni tanto mi assale la tentazione di regalare loro una ulteriore chance e qualche volta è capitato di farne uscire qualcuno (per la verità forse un paio al massimo) da limbo e passarli in qualche altro stato fisico compiuto (paradiso, purgatorio o inferno che fosse).
Elenco e breve spiega:

La deriva
di G.A.Stella e S.Rizzo
due ne hanno scritti e due ne ho provati. Se ne scrivessero un terzo non correrebbero rischi per conto mio. Un'altra volta libro del tipo “piove governo ladro”. E poi smettiamola di sputtanarci e proviamo a dirci cosa faremmo noi se fossimo nelle condizioni di fare qualcosa!

Adios
di Toni Capuozzo
non che non mi sia piaciuto, ma non ce l'ho fatta ad arrivare in fondo per non vedere quello che in realtà era evidente sin dalla prima pagina. Il rimpianto di una perduta stupenda gioventù ed il crollo dell'ideologia.

Riga 26
Piero Camporesi
Il segnalibro è fermo a pagina 22 di 375. Impossibile dire perchè.

Ed infine due libri sulla creatività, il primo che è stato nello scaffale “lista d'attesa” per forse tre o quattro anni non ricordo (ne ricordo perche e come ci è finito) di Hubert Jaoui intitolato



La creatività amore per la vita.

L'altro acquistato in un momento di follia “americana” (quelli che credono che tutto si possa imparare sui manuali pratici) di Roberto Cotroneo dal titolo



Manuale di scrittura creativa.
Il primo, semplicemente inguardabile. Il secondo interrotto per la stizza di aver capito che non potrò mai essere un vero creativo!

Lo solitudine dei numeri primi
di Paolo Giordano
Mondadori
Non è un libro di alta matematica. Il titolo è solo una bella ingegnosa metafora. Al di la di un breve passo nel quale l’autore ne svela appunto il senso, il libro non parla infatti di numeri ma di persone.
Persone speciali, come speciali appunto sono, nell’insieme dei numeri interi, i numeri primi, ovvero quei numeri divisibili solo per se stessi e per uno.
Numeri primi che hanno per i matematici un fascino particolare, un alone di mistero irrisolto. Nella categoria dei numeri primi ce n’è poi una specialissima che è quella dei primi cosiddetti “gemelli” ovvero quelle coppie separate tra loro da un solo numero (ad esempio 11 e 13, 17 e 19, etc etc), vicinissimi cioè l’uno all’altro ma contemporaneamente irrimediabilmente separati tra loro, isolati, soli.
E’ di due persone così che parla questo romanzo, opera prima del 26enne giovane Fisico, Paolo Giordano. La storia della loro vita: lei, Alice, zoppa fin da bambina per un incidente sugli sci, anoressica per incompatibilità col padre; lui Mattia, matematico intelligentissimo, stravolto dai sensi di colpa, fino a diventare autolesionista, perché, dentro di se, sa di essere stato alla fine la causa ultima, pur se indiretta, della scomparsa della sorellina, ritardata mentale, da lui “dimenticata” su una panchina di un parco perché si vergognava di portarla con se alla festa di compleanno di un compagno di scuola.
Non solo “primi”, cioè speciali, ma “primi gemelli”, cioè vite costantemente ad un passo dal diventare un tutt’uno ma irrimediabilmente alla fine separate.
Convergenze parallele avrebbe detto Aldo Moro.
Buona l’idea, avvincente quanto basta da portarmi a concludere il libro (cosa che, vista la fine che hanno fatto gli altri 5 che ho cominciato e non finito questo mese, deve essere già considerata un successone). Epilogo della storia probabilmente non all’altezza dell’incipit, ma in complesso un buon libro.
Dieci e lode alla metafora!

martedì 1 luglio 2008

Alle cinque della sera

La poesia non è un'espressione... È il tempo di notte, dormire nel letto, pensiero di quello che realmente pensi, rendere il mondo privato pubblico, ed è questo che il poeta fa (Allen Ginsberg)

Sono nata il ventuno
Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.
Alda Merini

Scorci di Laudiade

Brevi spunti di storia del lodigiano (in latino Laudias che, con enfasi più epica, diventa Laudiade) con particolare attenzione al mio paese natale, San Fiorano.


Ho trovato nuove tracce che mi hanno permesso di affermare con certezza che quel Fra Carlo Giuseppe Bignamini da S.Fiorano, autore nel 1764 del trattato sulla Indulgenza della Porziuncola, di cui ho già scritto in queste pagine, sia proprio il sanfioranese DOC citato dallo storico Agnelli, con la frase che qui riporto per comodità: “Era di San Fiorano il padre Carlo Giuseppe Bignamini, vissuto nel convento dei Francescani Riformati di Codogno, poliglotta, autore di un corso di filosofia e di molte dissertazioni di storia ecclesiastica e di uno scritto sul cilindro inclinato”.
Ho infatti rintracciato nei cataloghi di alcune Biblioteche italiane altre tre opere di Fra Carlo Giuseppe, due dissertazioni di storia ecclesiastica e quella strana opera (in latino) sul cilindro inclinato citata dall'Agnelli (per ora so solo che esistono delle copie e dove si trovano. Non le ho ancora viste, ma andrò presto sia in Sormani a Milano che a Torino per consultarle). Eccone intanto i dati salienti:
Dimensio cylindri inclinati auctore P.F.Carolo Josepho a S.Floriano – 1756 Typographia Antonio Agnelli (una copia c/o Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino)
Fondazione della Chiesa di Aquileja (*). Dissertazione storico-critica del Padre F. Carlo Giuseppe di San Fiorano Minori Osservanti Riformati – 1757 Editore Galeazzi Giuseppe Milano (una copia c/o Biblioteca Comunale Palazzo Sormani Milano)
Origine della fede cristiana in Malta. Dissertazioni del padre F.Carlo Giuseppe di San Fiorano - 1759 Editore Giuseppe Galeazzi Milano (una copia c/o Biblioteca Comunale Palazzo Sormani Milano)

(*) Contiene anche a cura del medesimo autore “Navigazione dell'Apostolo
Paolo da cesarea a Malta: Dissertazione cronologico geografica”

Come si può osservare le date si incastrano perfettamente con quanto già sapevamo. Le tre opere sono state scritte tra il 1756 ed il 1759, anno, quest'ultimo, in cui Fra Carlo Giuseppe aveva cominciato a scrivere la quarta, quella sulla Porziuncola, interrompendosi però fino al 1764 a causa dell'impegnativo incarico di priore di un convento francescano che i suoi superiori gli assegnarono. E confermano integralmente il profilo che del nostro illustre sanfioranese diede l'Agnelli ricordandone gli scritti principali, l'edizione e l'anno di pubblicazione.
Ma c'è di più.
Se da una parte ho acquisito certezze sull'identità dell'intellettuale sanfioranese, dall'altra credo di poter smentire l'assunzione di cui andavo cercando prove, ovvero che il nostro fosse anche stato il priore del convento dei frati di Codogno tra il 1760 e il 1763.
Sto leggendo infatti in questi giorni un bellissimo libro “Memorie storiche del Regio ed Insigne Borgo di Codogno” preso a prestito dalla Biblioteca Braidense, riproduzione anastatica efettuata nel 1985 dell'originale manoscritto (anch'esso conservato alla Braidense), composto tra il 1761 ed il 1764 (grossomodo gli anni del priorato di Fra Carlo Giuseppe) da un altro forse ancor più famoso frate tra i Francescani Riformati del convento di Codogno, ovvero Fra Pier Francesco Goldaniga (morto a Milano nel 1799, figlio di Ercole Goldaniga e Maria Maddalena Belloni).
Perchè è importante.
Semplicemente perchè Fra Carlo Giuseppe e Fra Pier Francesco non solo erano certamente contemporanei, non solo vissero nello stesso Convento Francescano di Codogno come indicato da loro medesimi e dagli storici che ne parlarono, ma è infine molto probabile che vi abbiano convissuto addirittura nei medesimi anni, in quella illuminata seconda metà del 18 secolo!
E qui si svela l'arcano, Fra Pier Francesco nel suo libro fa un piccolo richiamo proprio al suo confratello ricordandolo come “il dottissimo Padre Lettor Carlo Giuseppe di San Fiorano minor Riformato” e fa cenno alla sua dissertazione (di qualche anno prima, il 1757) “circa l'origine della Chiesa d'Aquileja”.
Questo mi fa pensare che Fra Carlo Giuseppe svolse il ruolo di priore del quale egli stesso ci parla, non nel convento dei Frati di Codogno, ma in qualche altra convento dello stesso ordine francescano.
Se infatti fosse stato il suo priore in quegli anni, Fra Pier Francesco non lo avrebbe di certo ricordato nel suo libro con una frase così generica come quella citata, importante si, ma non quella con la quale un frate del convento avrebbe menzionato colui che avesse rivestito l'incarico di priore del convento medesimo!
La storia non è ancora finita. Mi aspetto ulteriori novità non appena riuscirò a mettere gli occhi sugli altri tre libri di Fra Carlo Giuseppe.
Fine seconda puntata.

Passeggio


Sullo sfondo Chiesa della Madonna ancora senza cupola

La Tavola fa parte di un gruppo di una trentina di dipinti che il pittore codognese Virgilio Muzzi ha eseguito per illustrare, ricreando suggestive atmosfere cittadine di qualche secolo fa, una bellissima copia anastatica di un manoscritto del 1764 del Frate Pier Francesco Goldaniga intitolato "Memorie storiche del regio ed insigne borgo di Codogno".
E' ritratta una via di Codogno (cittadina a 3Km da S.Fiorano) con sullo sfondo la Chiesa della Madonna di Caravaggio, via a me molto cara per affetti familiari e ricordi giovanili, ritratta in una inconsueta ambientazione di metà '700 (inconsueta ovviamente se la si confronta con l'immagine odierna) .
Nel libro il Goldaniga commenta così:
"...dopo di che vedesi pure alla sinistra il longo e spazioso stradone camparecio detto della Madonna di Caravaggio conducendo con delicioso spasseggio ad esso oratorio e questi è stato formato solo nella primavera di quest'anno 1762 da benefattori di esso oratorio, delineato dal signor cosmografo Cristofaro Bignami nostro patrizio."

domenica 1 giugno 2008

BONSAI

"Chi mai può evocare con la sola parola la potenza spaventosa di un temporale estivo che si scatena improvviso in aperta campagna? O il misterioso spettacolo della pianura avvolta nella nebbia pulita, o l'emozione di una grande nevicata nel cuore della notte invernale, quando tutta la natura sembra acquattarsi sotto la tempesta dei fiocchi di neve, che trasfigura ogni luogo, ogni ruscello vuoto d'acqua, ogni pianta, e le strade spariscono e tutto rimane fermo e prigioniero... Intanto le robuste voci dei conducenti della “lesa” (1) si perdono in lontananza; e il bambino che sente, nel caldo rifugio del suo letto, dice tutto contento nel sonno: “Mama, fioca!” (2)

da “Lettere milanesi” di Mario Zambarbieri

(1) lesa = la slitta spazzaneve trainata da cavalli
(2) Mama, fioca! = Mamma, nevica!

Walt Whitman

I sit and look out

Mi siedo e osservo la tristezza del mondo, l'oppressione e la vergogna
Ascolto i segreti e i convulsi pianti di giovani uomini, l’angoscia per se stessi, il rimorso per il male fatto
Vedo, l’infima vita, i figli maltrattare le proprie madri, moribonde, abbandonate, trascurate, disperate;
Vedo i mariti abusare delle mogli, vedo infidi seduttori di giovani donne
Sento il bruciore della gelosia e dell’amore non corrisposto, che cerca di restare nascosto
Vedo questi posti sulla terra
Vedo l’avanzare della battaglia, della pestilenza, della tirannia vedo i martiri e i prigionieri
Osservo la carestia sul mare, osservo i marinai tirare a sorte chi dovrà essere ucciso per salvare la vita agli altri
Osservo l’obliquità ed il degrado dello sguardo di persone arroganti verso gli operai, i poveri, i negri, i propri simili;
Tutto ciò, tutta la meschinità e l’agonia senza fine
Mi siedo, guardo oltre, ascolto....e non ho più parole.
(mia traduzione)

Consigli per gli acquisti

Ogni lettore non è che un capitolo nella vita di un libro; se non tramanda la sua conoscenza ad altri è come se condannasse il libro ad essere sepolto vivo.da una antica storia del deserto di Adrar (Mauritania Centrale)

L'ingegnere in blu
di Alberto Arbasino
Adelphi

Libro che avrei potuto tranquillamente lasciare sepolto vivo, senza per questo essere assalito da particolari sensi di colpa. Ne parlo perchè, comunque sia, come avrebbe scritto Arbasino stesso, qualcosa di utile il parlarne può stimolare, da un banale “se lo conosci lo eviti” ad un più sfidante “voglio comunque toccare con mano”. Mi sono avvicinato ad Arbasino perchè viene generalmente considerato insieme a Magris uno degli intellettuali più raffinati tra i contemporanei. Mentre di Magris ho letto abbastanza, di Arbasino nulla almeno fino a un mese fa. Se devo giudicare da questo libro, dico che avrei fatto bene a perseverare nella mia beata ignoranza. Romanziere sofisticato, espressionista come lui stesso preferisce definirsi rifuggendo l'attribuzione datagli da altri di scrittore barocco (attribuzione che invece personalmente considero quanto mai azzeccata).E' il libro più faticoso che abbia mai letto in vita mia. Non ho mai visto un periodare così arzigogolato, barocco appunto, quasi rococò, infarcito di dotte citazioni, magari in tre lingue diverse in un paragrafo di sole quattro righe. Certamente una cultura enciclopedica, ma una capacità per converso pressochè nulla di trasmettere qualcosa al lettore, perlomeno al sottoscritto. Pesco a caso per dare solo un piccolo insignificante esempio di ciò che è stato per me in realtà questo libro (un criterio più razionale non avrebbe cambiato il risultato):“Programmi di variorum da archivi orali, sopratutto di scuola ecclesiastica e diplomatica; come nei migliori memoires. Gli spasimi nelle ambasciate francesi alla vigilia della guerra, nel '40. Sotto apparenze di finta calma, preziosi monili depositati da un'insigne duchessa per la visita a Sua Santità, ma trafugati nella cassaforte da spie in cerca di codici e cifre. Pranzi affidati a un giovane segretario già 'coqueluche' alla moda di Chanel che volendo rifare i pranzi parigini in voga con pittoresche verdure e non la solita frutta nei centri-tavola acquista dei broccoletti arcimboldeschi presto pestilenziali, con svenimenti sotto la smoccolatura delle candele colorate..” Ai posteri l'ardua sentenza! Il libro voleva essere, forse, un omaggio ad uno dei maestri riconosciuti di Arbasino ovvero Carlo Emilio Gadda (l'ingegnere appunto) poeta e scrittore tra i più noti del nostro novecento, maestro del quale Arbasino si compiace d'esser stato definito (forse autodefinito), insieme a Pasolini e Testori, uno dei tre nipotini! Dico forse un omaggio perchè, persino nella descrizione del soggetto del libro è palese un barocchismo estremo che non so quanto avrebbe potuto realmente compiacere il maestro, cui la frase era diretta: “La vera grandezza dell'ingegnere consiste nell'aver risolto i suoi possibili Buddenbrook milanesi rifiutando ogni naturalismo crepuscolare, ogni elegia autunnale, ogni “come le foglie”, ricorrendo invece con gusto esplosivo e disperato all'uso parossistico della madornale figura retorica dell'enumerazione”. Sembrerebbe un alto elogio, ma ...... piuttosto che un elogio così....“alto”, preferirei personalmente ricevere lo sberleffo di una bertuccia. In compenso devo però ringraziare Arbasino di avermi ricordato un gustosissimo aneddoto sui miei amici bergamaschi, campioni di contrazione linguistica, che il maestro Gadda raccontava disquisendo della forza dei dialetti, portando ad esempio l'erosione dell'etimo vinum latino, in vino (italiano), vin (milanese), vi (bresciano)....e finalmente 'i' (l'abominevole bergamasco!).


La paura e la speranza
di Giulio Tremonti
Mondadori

Non sono mai stato un grande estimatore di Giulio Tremonti, più per una questione “fisica”, di pelle, che morale o intellettuale. Quell'aria un po' secchiona, da primo della classe, tutto perfettino, una strana cacofonia in quella sua esile vocina, la erre blesa, una certa supponenza nelle relazioni col suo prossimo, tutte caratteristiche che comportano solitamente un gravame fastidioso sugli zebedei. Ho vinto la iniziale riluttanza più che altro perchè incuriosito da quella parolina in fondo al titolo del suo ultimo libro. Che mai avrà in testa uno “zuccone” come Tremonti per parlare di speranza in uno dei momenti più difficili e pieni di incertezza della storia dell'uomo sulla terra?Quello che ne esce è, incredibile a dirsi, un Tremonti NO GLOBAL!! Ovviamente non nel senso di combattere a mazzate, molotov e bolognini la globalizzazione, considerata invece giustamente qualcosa di ineluttabile, ma nel senso di capirne le ragioni, imparare a conviverci, gestendola a nostro vantaggio ovvero evitando di rimanerne schiacciati e annientati.Questa è infatti, secondo il professore, la destinazione della cara vecchia Europa se continuerà ad agire, o meglio a non agire, come ha fatto fino ad oggi. Europa come l'Angelus Novus di Klee con la testa rivolta all'indietro mentre il vento del progresso la trascina altrove.Una analisi lucidissima delle cause della crisi in cui stiamo per tuffarci o siamo già immersi, una visione catastrofista ma con brio, ovvero con una ipotesi di soluzione in tasca che lascia appunto un po' di speranza.Le economie emergenti che escono dal circuito chiuso tipico della civiltà agricola/contadina affacciandosi su quello aperto dell'economia di mercato fanno crescere la domanda di beni primari, laddove l'offerta rimane invariata. Effetto: aumento dei prezzi dei beni di prima necessità. Paradossalmente il sabato usciamo da un supermercato con poco nel carrello e con 100 euro in meno nel portafoglio, ma ciononostante possiamo permetterci di andare il giorno dopo a berci un irish coffe a Dublino con meno di 40 Euro (irish coffe incluso!). Il superfluo low cost, il necessario high cost! E' il fantasma della povertà materiale che trascina con se anche quello della povertà spirituale. “Abbiamo più telefonini, ma abbiamo meno bambini. Stiamo consumando il futuro dei nostri figli!”. La crisi finanziaria si accompagna al disastro ambientale ed alle tensioni geopolitiche per il controllo delle risorse energetiche. Perchè la speranza? Uno perchè dovremmo essere in grado di gestire la globalizzazione visto che siamo noi che l'abbiamo generata, a partire dall'illuminismo basato sulle idee fino al mercatismo basato sugli interessi. Due perchè l'Europa ha già vissuto e superato momenti di intensa rivoluzione e trasformazione. Il più simile a questo, anche se di segno contrario fu l'entrata dell'Europa nel nuovo mondo (oggi è un nuovo mondo che entra nell'Europa). Tre perchè la risposta alla globalizzazione non è economica (valore secondo) ma politica (valore primo) che si rifaccia alle radici “giudaico-cristiane” dell'Europa medesima. E' in parte vero ciò che afferma Blair, ovvero che la dialettica politica oggi non può più essere tra destra e sinistra, ma fra apertura o chiusura alla globalizzazione. Ma è contemporaneamente anche falso perchè la storia prosegue con la globalizzazione e con la storia proseguono, anche se “in forme nuove e non più ideologiche, la storica necessaria semplificazione della realtà nella dialettica tra la sinistra e la destra”. E via con una diagnosi interessante sul crollo della veterosinistra, dei suoi stereotipi e dei suoi paradigmi. Per sopravvivere alla globalizzazione bisogna andare cioè dalla parte opposta alla sinistra. Ma obiettivamente nemmeno verso la destra tantomeno verso una destra di vecchio stampo. E'un ritorno alle radici che indica Tremonti come soluzione. L'Europa è stato fino ad oggi un continente che ha vissuto ed è stato capace di gestire rivoluzioni una dietro l'altra: commerciale, urbanistica, monetaria, grafica, protestante, francese, scientifica, industriale, musicale, artistica. “Ora non è più così. L'Europa unificata dalla moneta (penultima rivoluzione) e allargata a Est (ultima rivoluzione) ci si presenta infatti esausta, non più in grado di fare altre rivoluzioni”. Eppure serve un'altra rivoluzione per contrastare la globalizzazione che è di per se una rivoluzione che però, questa volta, non viene da dentro e non si fa dentro, ma viene da fuori. E infine la ricetta Tremonti, un po' meno argomentata della diagnosi, ma perlomeno apprezzabile nell'intento. Non la svelo. Sarebbe come di un giallo svelare l'assassino a chi il giallo non l'ha ancora letto. L'unica cosa che posso dire è che il colpevole non è il maggiordomo!


Il sessantotto al futuro
Mario Capanna
Garzanti

Come potevo farmi mancare, nel maggio 2008, un'elegia di un altro ben più famoso maggio, quarant'anni prima, quello del '68? Lui nega, dal prologo all'epilogo, ma traspare ovunque, evidente talvolta, subliminale tal altra, una struggente nostalgia di quei “formidabili anni”.Anni di un movimento studentesco di cui Capanna, qui dotto e fine dicitore molto più di quanto ricordassi, è sicuramente stato, in Italia, come Cohn-Bendit in Francia, uno degli indiscussi leader. Nostalgia negata da una parte ma giustificata dall'altra citando ad esempio Bertolucci “Mi rifuto di pensare alla nostalgia come ad una parolaccia. Tre quarti della grande letteratura attingono da li”. O ancora, sempre con Bertolucci “Alla sera andavamo a dormire sapendo che ci saremmo svegliati nel futuro, che avremmo partecipato a cambiare il mondo”. E via dicendo fra i ricordi “Fummo felici si. Ovviamente non facemmo il '68 per divertirci. Ma oltre la fatica, i rischi, i prezzi pagati, è vero che ci siamo divertiti un fottio!”. Oppure ancora il richiamo ai simboli forti del '68 come ad esempio il nero Tommie Smith con il pugno alzato sul podio olimpico. E ancora il '68 e i suoi presunti figli legittimi o meno, il terrorismo nel '78, l'edonismo reganiano nell'88, il tangentismo nel '98 e cos'altro oggi , nello '08? Ed ancora dotte citazioni, da Agostino padre della Chiesa, ad Orwell per dire che “Chi controlla il passato controlla anche il futuro”! Non nega, Mario Capanna, perfino gli errori del '68 anche se, citando Orazio “velut si egregio inspersos reprendas corpore naevos” tende a minimizzarli in quanto sarebbe “come se in un bel corpo si andassero a notare gli sparsi nei”. Ed ecco il gran colpo finale, il '68 visto come il symbolon (tessera, segno di riconoscimento) degli antichi greci ovvero “l'oggetto che veniva spezzato in due, metà per contraente, per denotare il legame di amicizia tra famiglie o città, o per essere ricomposto al termine di un viaggio o di una separazione”. Il '68 come simbolo della storia, perchè spezza e insieme unisce il percorso delle vicende umane.
“Un cammino che fu cominciato, e venne interrotto. A maggior ragione va ripreso". Se non è nostalgia questa!