Bonsai

Que otros se jacten de las paginas que han escrito; a mi me enorgullecen las que he leido
El lector - Jorge Luis Borges
“Che altri si vantino delle pagine che hanno scritto; io sono orgoglioso di quelle che ho letto”

sabato 1 marzo 2008

Consigli per gli acquisti

Il mese di febbraio è stato un mese di lettura intenso, che mi ha regalato il piacere di cinque libri veramente molto belli; in realtà 4 libri più un racconto breve, anzi brevissimo, ma di una intensità estrema, quasi dolorosa.

Yossl Rakover si rivolge a Dio
di Zvi Kolitz
Adelphi
Breve racconto di 18 pagine struggenti più ca 50 pagine tra note e commenti del curatore Paul Badde ed un breve saggio di Emmanuel Levinas, filosofo ebreo conterraneo dell'autore (50 pagine di per se utili solo a dare un contesto storico e un volto a questo misterioso autore ed al suo sconosciuto unico prezioso scritto). L'autore, Zvi Kolitz, è un ebreo lituano, giornalista ed agente segreto, poco più che trentenne quando scrisse questo autentico piccolo gioiello della letteratura mondiale.E' un racconto autoreferenziale che inizia informando il lettore che le righe che lo compongono sono state trovate scritte su fogli di carta ben sigillati all'interno di una bottiglia ritrovata tra cumuli di macerie e di ossa umane carbonizzate nel ghetto di Varsavia. Struggente messaggio, quasi un testamento in punto di morte, di un ebreo di nome Yossl Rakover, che si da fuoco come ultimo disperato atto di una vita disperata, durante il bombardamento del ghetto, dopo che l’uomo aveva appena perso, uno dopo l’altro, nel giro di pochi mesi la moglie ed i 5 figli. “Il sole probabilmente non sa quanto poco mi dispiaccia non poterlo mai più rivedere” è l'epilogo più triste ed atroce che si possa immaginare della vita di un “uomo”. Impressionante il racconto della fuga nei boschi prima di tornare nel ghetto. “Mi vergognavo davanti al cane di non essere un cane, ma un uomo” è la situazione di degrado e la triste consapevolezza di tale degrado. Il racconto si conclude con un lamento funebre emozionante e lucido al tempo stesso. “Muoio...........colmo d'amore per Dio, ma senza rispondergli ciecamente amen”.Un ossimoro dunque, la "fede consapevole", di Yossl, affidarsi ma cercando di capire perchè.Ringrazio Mauro Corona (che ci aveva incuriosito definendolo “il libro più bello del mondo”) ed un amico che lo ha scovato per primo in una libreria e me lo ha prestato (adesso me lo sono comprato anch’io perché un libro come questo non poteva "fisicamente” mancare nella mia biblioteca personale).

L'infinito viaggiare
di Claudio Magris
Oscar Mondadori
A leggere Magris è forte la sensazione di grande abbuffata. Cento pagine sono un distillato di mille, tanto è enciclopedico il suo sapere, il suo modo di procedere, una scoperta dietro l'altra, tra dotte citazioni e sagaci commenti. Questo libro non fa eccezione. Magris riesce ad affabulare persino con la prefazione, vero piccolo gioiello, paragonando appunto il prologo di un libro ad un viaggio che è di per se “un continuo preambolo, un preludio a qualcosa che deve sempre ancora venire e sta sempre ancora dietro l'angolo” (chapeau!! visto che il libro parla in senso sia reale che metaforico di viaggi). Bellissima la disquisizione su ciò che motiva il viaggiare, ovvero non l'arrivare, ma arrivare il più tardi possibile, o non arrivare possibilmente mai. Il richiamo a Karl Rahner, teologo “in cammino” chiarisce il pensiero. Solo con la morte cessa lo “status viatoris” dell'uomo, la sua condizione esistenziale di viaggiatore. Onde per cui viaggiare è anche differire il più possibile l'arrivo. Ecco allora perché il libro è dedicato “.......ai compagni di viaggio che ho amato e che sono già arrivati”. La cosa bella, con una simile “prefatio”, è che il libro, da qui in poi, parla di vita! Magari di sofferenza, magari di dolori, ma anche di gioie e di bella vita vissuta. Racconto a tappe, piccoli grandi episodi legati al viaggiare “fisico” di Magris in tutto il mondo, peraltro, dice lui, non dissimile da quello “virtuale”, ad esempio da una stanza all'altra della propria abitazione, “spedizione (comunque) non meno avventurosa ne meno ricca di incanti e di rischi”. Tanti quadri, legati da una contiguità geografica, ma godibili uno per uno, separatamente. Uno per tutti ambientato in una sala del monastero di Pedralbes a Barcellona, protagonisti due uomini, padre settantacinquenne e figlio, di età indefinita, affetto da sindrome di Down. Il padre che, tiene per mano il figlio e gli parla con amore dei quadri che scorrono lentamente davanti ai loro occhi. Apoteosi, davanti ad un Velasquez! Ma mi fermo qui. Queste 43 righe, poco più di una pagina, vanno letti con sacro rispetto, in un intimo silenzio, accompagnati dal linguaggio affabulatorio di Claudio Magris!

Gli altri tre libri di febbraio sono legati da un fil rouge che in qualche modo li accomuna, che non a caso è diventata la mia passione degli ultimi anni, ovvero i libri, l'amore per i libri e per il luoghi dove vengono conservati. Tutti e tre hanno a che fare pur se in modo diverso con la biblioteca, il sancta sanctorum del sapere umano. Nelle parole di Manguel ogni biblioteca “evoca il suo fantasma oscuro; porta con se, nella sua ombra, una biblioteca di assenze. Ogni biblioteca accoglie e rifiuta. Ogni scelta ne esclude un'altra, quella non fatta”.

La tredicesima storia
di Diane Setterfield
Mondadori Editore
Meraviglioso romanzo un po' noir, scritto divinamente. La figlia del proprietario di una biblioteca antiquaria è chiamata, ghostwriter antelitteram, a scrivere la biografia della più famosa scrittrice del momento, Vida Winter, scrittrice con decine e decine di libri al suo attivo, tutti best seller, intreccio di storie reali e inventate. Intrigante, tra questi, un libro in particolare, intitolato “13 racconti”, libro che si legge d'un fiato tanto è emozionante, libro con finale a sorpresa, ovvero con la parola fine scritta al termine del dodicesimo racconto! La storia delle storie, la tredicesima, non c'è. Di fatto è la storia ancora da scrivere, quella della vita della scrittrice, la sua biografia che si scoprirà essere l'apoteosi di tutte le storie scritte, la più complessa ed emotivamente coinvolgente. Non sarà scritta da Vida Winter, ma dall'umile bibliotecaria.Potrei sbagliarmi ma Diane Setterfield, qui alla prima esperienza letteraria, ci sorprenderà presto con altre meraviglie.

La biblioteca di notte
di Alberto Manguel
Archinto Editore
Mi sento di ringraziare personalmente coloro che hanno sostenuto economicamente l'edizione di questo libro che altrimenti, per dirla con l'autore stesso “languirebbe ancora nel futuro”.E sarebbe stato un vero sacrilegio!E' un libro sui libri ed in particolare sui luoghi consacrati ai libri, le biblioteche. Scritto con la passione e la competenza di un saggista dotto ma con la capacità di un romanziere nato, in grado di rendere leggero ed accattivante un argomento serio ed importante. Intanto il ruolo del lettore nei confronti del libro, ovvero “ogni lettore esiste per assicurare ad un certo libro una piccola immortalità. La lettura è, in tal senso, un rito di rinascita”. In secondo luogo il ruolo del libro nei confronti del lettore.“Habent sua fata libelli” ovvero i libri hanno il loro proprio destino. Manguel per i suoi dice: “alcuni dei miei libri hanno atteso mezzo secolo per approdare a questo sperduto angolo della Francia dove, a quanto pare, erano destinati”. E poi il ruolo della biblioteca nei confronti sia del libro che del lettore, che fa amare Manguel quando dice che “sfogliare un libro o aggirarsi tra gli scaffali è un aspetto intimo della lettura”. E' vero, perlomeno è ciò che capita anche a me. Il racconto delle biblioteche visto sotto diverse angolature: mito, ordine, spazio, potere, forma, laboratorio, immaginazione etc. si conclude con la storia della biblioteca personale dell'autore. “Ho trovato i miei libri, ho trovato il posto dove sistemarli, ho trovato la pace in un luogo illuminato nell'oscurità all'esterno”. Quindi, come disse Penelope Fitzgerald, se la storia è iniziata con un ritrovamento “la mia storia deve finire con una ricerca. Ma cosa cerco? Non cerco rivelazioni di sorta. Non cerco una conoscenza, oltre a quella che in qualche modo segreto già ho. Non cerco un'illuminazione, a cui non posso ragionevolmente aspirare. Non cerco esperienza, perché alla fine posso essere consapevole soltanto di ciò che è già in me. E allora, giunto ormai alla fine della storia della mia biblioteca, che cosa sto cercando? Consolazione, forse. Forse consolazione.”
La biblioteca sul cammello
di Masha Hamilton
Garzanti
Ho comprato questo libro dopo aver letto quello di Manguel nel quale veniva accennato un episodio simile a quello raccontato qui. Manguel parla di “Biblioburro” ovvero di biblioteche itineranti a mezzo asini in Colombia. I libri vengono portati a dorso d’asino nei più sperduti villaggi del paese, lasciati per un certo periodo e poi recuparati per essere sostituiti da altri. Solo una volta un libro non è stato restituito, dice Manguel, era una traduzione spagnola dell'Iliade. Motivo, era troppo simile alla storia del loro paese, guerra, divinità irascibili, destino degli uomini etc. per lasciarselo portare via.Quando aggirandomi tra gli scaffali di una libreria di Milano ho visto “La biblioteca sul cammello” ho dovuto comprarlo. Ed è stato uno degli acquisto d'impulso più sensati degli ultimi anni, anche se non sapevo nulla dell'autrice. Un linguaggio dolce, metaforico, quello parlato dalla gente del bush. La saggezza che viene dalla fatica del vivere. Il conflitto costante tra tradizione e voglia di progresso. Il ricorso ad immagini ancestrali. Un libro pieno di poesia: "un'ondata di calore gli saettò dalle dita dei piedi alle guance per poi fermarsi, come acqua, appena dietro agli occhi". Se questo non è un modo poetico per definire la commozione, il pianto trattenuto!